Caro ama Cara III Puntata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cara lasciami dormire, e ricordati di mettere un asciugamano sul cuscino, prima di coricarti!»

Bofonchia Caro, che è quasi addormentato, e non s’è nemmeno voltato per vedere la moglie, tanto conosceva il rito della crema, che da una settimana Cara aveva cominciato, con grande disappunto di Caro, che mal sopportava l’odore di quella crema, ed anche il fatto di potersi nemmeno avvicinare per un piccolo bacio, senza doversi impiastricciare tutto il volto.

«Non ti preoccupare Caro, non ti disturbo» gli risponde Cara un po’, piccata, s’è spalmata la crema da notte, con dovizia, lasciando solo posto per gli occhi e i buchetti del naso, tutto il resto è una sterminata landa bianca e appiccicosa.

«Caro cerca di russare piano, per favore!» Insistette Cara, ma ormai Caro non la sentiva più, era già nel mondo dei sogni, anzi per la precisione era al mare mentre spalmava la crema solare sulla schiena d’una avvenente signora!

La notte passò un po’ agitata, Cara non si sentiva bene, ma non riusciva a svegliarsi, mentre Caro sotto le coperte con un piede, le accarezzava la gamba sognando di nuotare.

Il sabato mattina, vide Caro alzarsi come un sonnambulo: andò in bagno a far pipì, poi traballando, si diresse in cucina, a preparare il caffè per Cara, com’era l’abitudine del sabato, poi si sedette, appoggiò il capo sulle  braccia e s’appisolò, lo svegliò  bruscamente il sibilo della caffettiera impazzita, che sputacchiava in tutte le direzioni, mentre l’aroma forte del caffè si spandeva nelle stanze. Cara svegliata dall’aroma che le solleticava le nari, s’alzò e svelta si catapultò in cucina.

Caro senza voltarsi le preparò la tazzina e la poggiò sul tavolo, poi alzò gli occhi e per poco, non gli venne un colpo, era così scioccato che non riusciva nemmeno a spiccar parola.

«Cara.. hai il volto.., và a guardarti in bagno, ma cosa ti è  successo?» Chiese sgomento, mentre s’accasciava preoccupato sulla sedia, con gli occhi sbarrati per la sorpresa.

Cara pensando che scherzasse, lo prese in giro, ma vedendo che lui  non ribatteva, cominciò a preoccuparsi, e andò in bagno, poco dopo si sentì solo un urlo che arrivò di sicuro fino al quinto piano. Nel mentre arrivò Elena che era uscita a comprare il latte e il pane caldo appena sfornato.

«Papà ma questa è mamma che urla, va a vedere, non ti preoccupi?» Chiese stupita della calma olimpionica del padre.

Elena si precipitò in bagno, si sentì un altro urlo, questa volta era di Elena.

«Vieni mamma dobbiamo andare subito all’ospedale, papà preparati, e chiama subito un taxi, dobbiamo portarla al pronto soccorso, è gonfia come un palloncino e rossa come un gambero bollito.»

Nel giro di un quarto d’ora, furono pronti e salirono come tre schegge sul taxi; un’ora dopo cominciarono a svegliarsi Mario e Cristina, che dormivano come due sassi, e non avevano sentito assolutamente niente, e nel parapiglia generale sia i genitori che la sorella Elena avevano pensato di avvisarli dell’accaduto.

Mario e Cristina senza saperlo s’alzarono nel medesimo istante, verso le 11, con la testa rintronata dalla musica della radio sveglia che sparava a tutto spiano una canzone rok che li batteva in testa, e ritmava i loro cuori al tamtam di tamburi africani.

«Mamma, papà, Elena dove siete?» Domandò Cristina, sentendo il silenzio abissale seguito allo spegnersi della radio sveglia, la casa sembrava deserta, Mario per precauzione andò a guardare in tutte le stanze, per tornare stupito più che mai «Cristina, li avranno rapiti?»

«Non fare il cretino, saranno usciti, però è strano, di solito ci avvisano prima dove vanno!» Obbiettò Cristina, pensierosa.

Prese il telefonino e cercò di contattare Elena, ma il cellulare sembrava spento, e la stessa cosa avvenne anche per i cellulari dei genitori, ma questo non la preoccupava sapendo che lo tenevano sempre spento, ma Elena no, questo era preoccupante per Cristina.

Decisero che avrebbero aspettato ancora per un’ora, ma poi sarebbero andati a cercarli, da qualche parte! Alle 13 uscirono di casa, e s’imbatterono nella portinaia, che raccontò loro di un urlo disumano che s’era sentito verso le 7 del mattino, e molti condomini s’erano lamentati, e lei invece s’era veramente preoccupata, ma non voleva fare la pettegola e non aveva domandato niente.

Mezz’ora dopo Elena tornò a casa con i genitori, «meno male mamma, abbiamo trovato un medico veramente gentile e competente, aveva due occhi!» disse Cristina sospirando al ricordo.

«Caro mentre io mi spalmo la crema aiuti tu Elena a preparare il pranzo?»

«Si Cara non preoccuparti, e cerca di spalmarti la crema giusta questa volta, ok?»

«E’ inutile che fai dell’ironia ieri sera ero stanca e non mi sono accorta d’aver sbagliato barattolo, può capitare a tutti di sbagliare!» Urlò arrabbiata Cara.

Poco dopo rientrarono anche Mario e Cristina, «alla buon’ora, costava tanto avvisarci, lo sapevate che ci eravamo così preoccupati, siamo andati perfino alla polizia per sapere se ci sono stati incidenti in zona!» Protestarono tutti e due.

«Vedete è successo che la mamma ieri sera invece di mettersi la solita crema, ha scambiato il barattolo, con quello che papà aveva lasciato in cucina per lucidare il mobile dello zio, sai lo zio Carlo che gli aveva chiesto il favore di lucidargli la macchina da cucire della nonna, beh si è spalmata sul viso quella crema, è ovvio che l’ha leggermente intossicata, e le ha fatto gonfiare il volto e il collo, se l’aveste vista questa mattina, vi sareste sicuramente spaventate, ho piantato un urlo io, e anche la mamma: mi ha detto papà, sai, lui è stato l’unico a mantenere la calma!»

A pranzo finirono per ridere tutti insieme, per il malaugurato incidente, e Cara promise a tutti solennemente che d’ora in avanti, si sarebbe messa gli occhiali per controllare l’etichetta sui barattoli!»

«Era ora!» Sussurrò Carlo.

 

 

Errori Umani

Sono corsa letteralmente e poco ci mancava che inciampassi ! Sono entrata nella stanza sicura di me stessa. Non avevo dubbi, ne ero certa questa volta. Anche questa volta ! bisbigliava ironicamente una vocina interiore che repressi in un istante. Quel senso di urgenza che mi aveva spinto fin lì , crollò drasticamente. Come se si fosse accesa la lampada di Aladino , in un istante realizzai. Realizzai che era finita e un senso di scoramento mi riempì fino a farmi quasi piangere.
Ma erano inutili lacrime quelle. Non sarebbe servito a nulla disperarsi. Era arrivata l’ora di prendere coscienza che non potevo assolutamente più lasciare che accadessero e si ripetessero simili situazioni. Troppe volte mi ero trovata in difficoltà e ciò non mi era affatto piaciuto. Sbagliare è lecito ma perseverare è diabolico. Mi balzò in mente questo detto e mi rispecchiai in esso.
Ma ora mi sarei messa d’impegno ed ero sicura di potercela fare.
Credevo in me stessa.
Non mi sare più trovata
senza
carta igienica.

La Carità

La carità è paziente,

e non chiede niente,

la carità ti accompagna,

e ti comprende sempre,

la carità è sincera, come

uno specchio d’acqua pura,

alla quale puoi dissetarti,

e quando è vera, ti aiuta

e non ti offende.

La carità ha sempre una

parola consolatrice, e non

ti abbandona.

Cammina al tuo fianco,

e non ti lascia solo.

La carità si nutre d’amore,

che poi riversa nel tuo cuore,

perché solo con l’amore,

la carità potrà vincere,

sull’egoismo.

Mi abbandono

Il tuo profumo m’inebria,

il tuo calore mi affascina,

non resisto, vedendoti,

così languida e dolce,

mi fai perdere la testa.

Sarai mia, lo sento,

in te mi perderò,

nelle tue morbide curve,

il mio cuore palpita nell’attesa.

per te, fantastica, e meravigliosa,

ti spalmerò sul pane,

mia dolce gorgonzola.

 

Calici amari

Piange quell’albero,

lacrime come gemme,

per qualcosa che sente,

nel profondo gemere,

un dolore profondo,

che dalle viscere nasce,

grida la natura,

la sua disperazione,

perché sente la morte,

il tic tac del tempo,

che ci annuncia la fine,

del Terra che conosciamo,

perché nascerà qualcosa,

che tutti noi attendiamo,

e nel cuore sentiamo.

Verrà un mondo diverso,

fatto di ovatta, dove,

affonderanno, i dolori

del mondo, fatto di colori,

che addobberanno i dispiaceri,

e di fuochi d’artificio, per

nascondere le guerre,

e fiumi d’amore per

coprire gli odi, l’astio e

i rancori.

Brinderemo allora,

alla vittoria, con

calici di passione e ardore,

ed entusiasmo e amore,

per la vita della gente,

che attende, nella miserie

della sua esistenze.

 

 

 

 

 

 

Spazio

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Manciate di stelle

dallo spazio profondo

ci guardano e ci ascoltano

puntini brillanti di pallida luce

scintillanti nel manto celeste

volano i sogni sulle scie

delle stelle, avvolte nel

cerchio della loro galassia,

casa lontana della civiltà,

di questa nostra umanità.

Tato e Tata (immagini dal web)

385313_559566637406197_1114369179_nTato e Tata si volevano un gran bene erano amici dai loro primi anni di vita, e non c’era giorno che li vedesse lontani, andavano a raccoglier frutta insieme, a cacciar farfalle insieme, a pescare insieme, insomma non facevano niente, che li potesse separare, e si divertivano tantissimo, quante risate, ciò che piaceva a Tato lo era anche per Tata, erano inseparabili, e con loro anche il gatto di Tata, il fedele Aristide.Un giorno andarono a pescare sul torrente che passava vicino a casa loro, improvvisarono con due lunghe canne e un po’ di filo, delle canne da pesca, poi vicini si misero ad aspettare, ma chissà perché ad un certo punto s’addormentarono, e guarda caso fecero anche lo stesso sogno.

Sognarono di volare tra i libri di scuola, appesi, come fossero stati dei piccoli paracaduti, e tutt’intorno a loro, cadevano lettere dell’alfabeto, sparse per il cielo, cadevano giù leggere, e loro non sapevano proprio come fare a raccogliere e n’erano dispiaciuti.

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Ma non solo, ad un certo punto si sentirono catapultare in un piccolo teatro, dove con grande sorpresa videro un numero di spettacolo interpretato da tre gatti rossi, che avevano organizzato uno scherzo con le carte da gioco, stavano per giocare anche loro, quando una voce lontana, quella della mamma di Tato che li chiamava li svegliò all’improvviso.

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Corsero più in fretta che poterono a casa, non volevano far arrabbiare la mamma di Tato, ma erano felici, anche se non avevano pescato nessun pesce, avevano sognato d’aver volato, e ne erano estasiati al ricordo, ma ciò che li fece ridere come matti, era il sogno dei tre gatti, ma a casa li attendeva di sicuro il dolce che la mamma aveva preparato, mano nella mano ritornarono insieme.

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Breve storia di un gatto (immagini dal web)

528400_174117472742305_128977464_nUn giorno Gigino il gatto del mio vicino s’innammorò di una dolce gattina, una siamese dagli occhi azzurri.

Non passava giorno che le portava mazzi di fiori e cioccolatini, cantandole serenate un po’ sguaiate sotto le sue finestre illuminate.

Ma purtroppo la gattina che si chiamava Biricchina, lo respinse in malo modo, perché era già impegnata con un gatto di razza pregiata.

Gigino per la disperazione, si mise a mangiare, e a banchettare con tutti i cibi che trovava, come se da anni non avesse mai mangiato,

piangeva e assaggiava, poi beveva e singhiozzava.

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Così passò gozzovigliando per almeno un mese, finché il dispiacere se ne andò ed il suo stomaco, non fu sazio, ma purtroppo anche il suo corpo era cresciuto

e sull’albero a fatica riuscì salire, per rimanere lì con un grande mal di pancia,  inebetito dal gran cibo digerito.

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Gigino era talmente inebetito che non s’accorse che l’albero su quale era salito, aveva preso fuoco, ma per fortuna era arrivato un suo amico

che con l’acqua il fuoco aveva sconfitto, un piccolo pompiere, con l’elmetto rosso come il naso di Gigino.

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Ma da lontano qualcuno s’era impietosito, e una ninna nanna gli stava suonando con il suo violino improvvisato, per far dormire il gatto ammalato (d’amore).

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Gigino si sentiva stanco, tanto stanco, gli era venuto perfino il singhiozzo, e non capiva se sognava, ma in lontananza sentiva un gufo che strimpellava,  sembrava una canzone d’amore, – che ironia – intanto lui pensava, mentre pian piano nel sonno entrava.

 

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Caro Gigino, sulle stelle sei entrato pian pianino, nei tuoi sogni accarezzi il suo manto felino, e t’abbandoni ai tuoi sogni illuminati da una luna che ti guarda

e ti accarezza, con la sua pallida luce, come la carezza della tua Biricchina.

Sciami di stelle cadono intorno a te che di nulla t’accorgi e beato dormi sul ramo del tuo albero preferito, sognando, agguati, caccie ed inseguimenti, e nuove conquiste da espugnare.

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Filastrocca della sera

Salta, salta, il coniglietto,

sotto il letto,

sta cercando il suo giochino,

un’ orsacchiotto piccolino,

ma oibò s’è addormentato,

su di un guanciale, fatato,

dipinto da fate e folletti,

che tra i merletti,

fan sognare il coniglietto,

che salta sotto il letto,

del mio bel bambino

che dorme beato e piccino.

 

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