«Dio mio, ho perso l’anello, eppure era qui qualche minuto fa, e adesso?»

«Forse è caduto sotto il tavolo, o forse l’ho lasciato al ristorante, o dalla parrucchiera?

Giravo come una trottola, disperata alla ricerca del mio anello.

«Il mio! Quello della mia trisavola!» Mi siedo sul divano sgualcito del mio ancor più vecchio appartamento, che io amo e mi rende orgogliosa nella stessa misura in cui ho raggiunto la mia libertà individuale. Mi sento confusa, il dolore per la perdita dell’anello mi offusca i pensieri, mi sento angosciata, come se un peso mi opprimesse il cuore, e pian piano un velo s’alza dai miei occhi e come un fiume in piena i ricordi mi appaiono davanti come la pellicola di un vecchio film.

Mi vedo bambina, credo verso i cinque anni, così mi hanno detto chi mi ha raccolto, rivedo come in un sogno mia madre, era così bella con i suoi capelli rossi, ricordo il suo sorriso, s’illuminava quando sorrideva, e io la guardavo incantata, le sue mani, così magre,ma tenere, come le carezze che mi dava insieme ai suoi baci, una lacrima mi scende, perché è troppo struggente il suo ricordo, mi vedo piangere disperata per le strade alla sua ricerca.

Mi raccontava mia mamma, che mi aveva fatta nascere in un sottoscala: aveva perso il lavoro perché s’era accorta d’essere rimasta incinta, i suoi genitori l’avevano buttata fuori di casa, ed era stata licenziata, per questo aveva vagabondato di paese in paese, fino a quando aveva trovato una famiglia che l’aveva accolta come una figlia, dopo averla trovata nel sottoscala con una bimba che le piangeva in braccio.

Vivemmo con loro,(che strano non ricordo niente di quelle persone,) per cinque anni; mia mamma un giorno mi disse delle cose strane, che solo adesso capisco, mi chiese di raccontare nel caso lei non fosse riuscita a ritornare a casa,  di dire, d’essere più grande, d’avere sette anni, e continuò dicendomi, «non devi dire che sei ebrea, mai, non devi dirlo a nessuno! Prendi quest’anello è l’unica cosa che posso lasciarti, la più preziosa, per me, e spero lo sarà anche per te, è l’anello di mia nonna, me lo regalò mia madre, e adesso voglio che sia tu a tenerlo. Ascolta non devi dire che ti chiami Sara, dì che ti chiami Maria, e cerca una famiglia che ti possa aiutare, devi raccontare che tua madre è morta all’improvviso e non avendo parenti ti sei allontanata. So che lo farai perché sei una bambina brava, e ubbidiente.»

Ricordo che mi disperai, mi attaccai alle sue gonne, implorandola di non andarsene, le disse che le volevo bene e non avrei più fatto capricci, e per quel giorno, e diversi giorni a venire rimase accanto a me, ma c’era bisogno di soldi, e doveva cercare qualche piccolo lavoro, uscì in un pomeriggio d’autunno, ricordo ogni particolare di quel giorno, piovigginava, ed io ero rimasta attaccata alla finestra per guardarla, fino all’angolo della via, la seguii con lo sguardò finché prima di svoltare si girò per salutarmi,  per l’ultima volta, perché dal quel giorno non la vidi più!

Passarono alcuni giorni, e quando fu chiaro che mia madre non sarebbe più tornata, sentii una discussione in casa, tra marito e moglie, «non sapevamo che era ebrea, ma adesso che lo sappiamo non possiamo tenere la figlia con  noi, è troppo pericoloso!» Scappai piangendo nella nostra stanza, che ci avevano affittato e mi chiusi a chiave dentro, poi mi rifugiai dietro al letto, nell’angolo più lontano, non  volevo andarmene pensavo che se fossi rimasta, mia madre mi avrebbe trovata se fosse riuscita a tornare indietro, volevo aspettarla!

«Forse ci ha sentiti, vieni, si è chiusa dentro! Prendi le chiavi d’emergenza.»

Sentii che la porta si apriva, e mi tappai la bocca perché non  mi sentissero piangere, ma mi trovarono e a forza mi costrinsero ad uscire dal mio buco.»

«Smettila di ribellarti, è inutile, cosa credi, tua madre non tornerà mai più, mi dissero con durezza, «non possiamo più tenerti in casa, sei una piccola ebrea, – ricordo lo sguardo freddo che mi rivolse la moglie – tua madre è stata portata via dai fascisti, ho saputo che l’hanno messa su quei vagoni verso la Germania, non si sa dove vanno, ma nessuno è mai tornato indietro per raccontarlo! Tieni ti lasciamo un po’ di soldi, un paio di scarpe, sono usate, ma dovrebbero andarti bene, va verso la campagna, magari troverai un contadino che ti darà asilo!»

La brava famiglia che ci aveva accolto e credevamo fosse diventata la nostra famiglia, aveva svelato il suo vero volto! » Pensai con amarezza, in quell’attimo, ero cresciuta, non ero più Sara la bimba di cinque anni, ero diventata un’adulta, i miei pensieri non erano più ingenui o candidi.

Non risposi presi ciò che mi davano, mentre mi spingevano fuori dalla porta,  come se fossi stata un cane rognoso, e camminai come un automa fuori dal paese, verso la campagna, dentro di me sentivo soltanto, il gelo freddo della solitudine, e una voce che mi diceva: la mamma non c’è più l’hanno portata via! Non mi accorgevo di piangere,  avevo tanto freddo, mi sentivo abbandonata, continuavo a chiamare mamma, come se lei avesse potuto sentirmi, ricordo che camminai per tanti giorni fino a quando la fame mi spinse a trovare il coraggio d’entrare in un negozio e di chiedere qualcosa da mangiare, ma quando mi chiesero quanti anni avevo scappai.

Vagai per settimane per la campagna rubando frutta e tutto quello che trovavo, ma il freddo aumentava, fino al giorno in cui entrai nel parco di una ricca proprietà, ero così sfinita che mi addormentai, e il giorno dopo, .. forse un sogno?  Mi svegliai in un letto sontuoso, avevo addosso una camicia da notte ricamata, tutto profumava di gelsomino, ebbi paura, ma non feci in tempo a scappare che una donna entrò nella stanza e da quel giorno rimasi con lei, disse di chiamarsi Adele: divenne mia madre, forse perché ero troppo stanca di scappare, di piangere, di cercare una brava famiglia, non mi fidavo più di nessuno, ormai!  O forse perché lessi nel suo sguardo qualcosa che mi ricordava mia madre, il desiderio dell’amore di un figlio.

Raccontai la storia che mia madre m’aveva insegnato, che mi ero ripetuta nella testa fino ad impararla a memoria, mi credette, e divenni sua figlia, ma lei non divenne  mai mia madre.

La guerra terminò, lasciando una scia di dolore in tutte le famiglie, anche nella nostra, il marito della donna che mi ha allevata morì in guerra.

Lentamente anche lei si risollevò, sposandosi con un medico, si chiama Mario, un brav’uomo, che mi fatto da padre, l’unico che abbia mai conosciuto, con il quale ho potuto parlare liberamente.

Crescendo e studiando con il passare degli anni, avevo capito chi mi aveva salvato, e sebbene dentro di me sentissi gratitudine nei suoi riguardi, nel stesso tempo mi sentivo sempre più lontana da Adele, il suo passato pesava fra di noi, nonostante cercasse di continuo la mia approvazione, non riuscivo a perdonarle d’essere stata la moglie convinta, di un gerarca fascista, ed anche una donna attiva nella denuncia degli ebrei.

Quando lo scoprii, il giorno stesso, me ne andai di casa, non tentò di fermarmi, mi voltai solo una volta, era alla finestra e mi guardava, aveva capito il perché del mio gesto, ma lei non voleva ammettere d’avere sbagliato, ormai non avevamo più niente da dirci!

C’era Mario ad aspettarmi, andai a vivere con lui, per un breve periodo,  sei mesi; anche lui aveva lasciato Adele, «per incompatibilità di carattere», mi confidò in un momento di confidenza.

In seguito mi trovai un piccolo appartamento nel centro di Torino, una casa vecchissima, una di quelle coni ballatoi che corrono come un nastro all’interno della casa, e che ti fa sembrare d’abitare in un piccolo paese, dove sanno tutto di tutti, e con il gabinetto fuori, che il mio padrone di casa ha trasformato in uno sgabuzzino.Una di quelle con i scarafaggi che ti passeggiano tra i piedi se non ci metti tanto disinfettante, e che avevano perfino la buca per buttare giù la spazzatura, e che adesso hanno chiuso per fortuna!

Ah! Forse ho capito dove è andato a finire l’anello, si eccolo finalmente è sotto il cuscino, lo bacio, «è un bacio per te mamma, dovunque tu sia!» Le comunico dentro di me.

Suonano alla porta, e penso che è strano, oggi nessuno doveva venire a trovarmi, apro e di fronte a me, vedo una ragazza, ha i capelli ricci rossi, si presenta e dice che si chiama Francesca.

«Posso entrare?»

«Certo, non ti conosco, dimmi per quale motivo sei venuta da me?» Le chiedo incuriosita, mentre la guardo, si vede che è giovane e timida.

«Sono tua sorella!» Scatto in piedi come se mi avessero fatto una doccia gelata!

La guardo e penso che sia uno scherzo, un gran brutto scherzo e le dico «io non posso avere sorelle, la mia vera madre è morta forse in Germania e la mia madre adottiva non poteva avere figli!» Le urlo addosso, con astio.

Francesca mi guarda con tenerezza, e mi ricorda mia madre, all’improvviso un dubbio si fa strada, e mi abbatte, mi siedo senza forze e aspetto di sapere, adesso voglio sapere se mia madre mi ha abbandonata,  e perché l’ha fatto!

«Nostra madre è stata deportata a Bukenwal, in un campo di concentramento, ma per fortuna è tra i pochi che si sono salvati, quando è tornata ti ha cercato per tanto tempo, nel frattempo si è sposata e sono nata io, ma un anno fa mamma si è ammalata, ha un tumore, allora ho pensato di provare con un investigatore, volevo riuscire a trovarti prima che lei muoia, se tu sapessi, quante volte al giorno ripete il tuo nome, quante volte si sveglia di notte invocandoti.»

Piango, e sono lacrime di gioia, irrefrenabile, lacrime di tristezza nel sentire che per lei c’è poco tempo ormai, preparo una borsa, e seguo Francesca, ma prima le chiedo scusa e l’abbraccio, la sorella che sempre ho voluto era lì davanti a me in carne e ossa e in dono mi portava l’unica cosa che io desideravo: mia madre, sentivo il mio cantare di gioia per averla trovata

Prendemmo il treno per Milano, poi cambiammo per scendere a Legnano, lì in una piccola casetta bianca, ho ritrovato mia madre, mi scoppiava il cuore mentre varcavo la soglia di quella casa, avevo quasi timore nel vederla, chissà cosa mi avrebbe detto! Forse non ero come immaginava fossi diventata, mi sentivo timorosa.

Mamma era coricata in un letto, della meravigliosa donna rimasta nei miei ricordi, c’era soltanto più il ricordo, mamma Rachele era diventata fragile, e piccola come un pulcino, i capelli un tempo rossi, erano bianchi, il colorito pallido, ma il sorriso con cui mi accolse, era quello di una volta, era quello di mia madre. Mi rifugiai tra le sue braccia, e risentire il suo profumo, sciolse il peso che avevo sul cuore, e piansi tutte le lacrime del mondo, per tutto quel tempo che ci aveva separato, per tutta quella vita che ci era stata tolta, per un destino troppo crudele, che ci aveva tolto l’amore che ci univa.

Francesca pianse anche lei con noi, per la felicità d’avermi trovata, regalando a nostra madre finalmente ciò che lei cercava con tutta se stessa, perché non mi aveva mai dimenticata!

Mi trasferii a Legnano, per quell’ultimo anno per rimanerle accanto, quante cose avevamo da raccontarci: lei mi raccontò tutte le sofferenze subite nel campo di concentramento, e di quanta strada aveva percorso per tornare, e per cercarmi, ed io le raccontai, di quanta strada feci per cercarla all’inizio, poi per trovare rifugio, le dissi com’ero riuscita a salire sul treno per Torino, unendomi ad una famiglia che non conoscevo, e di come fossi saltata giù dal treno aiutata da un uomo, che aveva capito che ero clandestina come lui, e di come mi avesse aiutata nei rastrellamenti, per un breve periodo, poi lui era scomparso all’improvviso ed io mi ero ritrovata di nuovo sola a vagare per le campagne.

Le feci conoscere Mario, che si prese cura di lei, adottando nuove medicine, per il suo tumore. Ogni giorno Rachele compiva dei piccoli passi, «da formica» le dicevamo Francesca ed io nel canzonarla, per ridere, e farla ridere, ma eravamo felici, di questi suoi miglioramenti.

Ci vollero mesi d’impegno e fatica, ma la cura che Mario le aveva consigliato si rivelò quella giusta, o forse la gioia d’avermi trovata, come diceva Francesca, chi lo sa!

Ma ciò che importa è che nostra madre stia uscendo dal tunnel della malattia, abbia sconfitto il tumore, sia ritornata alla vita «con una gioia di vivere che da tempo non conosceva» ci confidò.

E’ passato un anno da quei giorni e adesso quando usciamo tutte e tre insieme lei ama dirci «ce l’ho fatta a sconfiggere la deportazione e non sarei riuscita a sconfiggere un tumore? Ma scherziamo?» Questo ci fa ridere tutte e tre a crepapelle, e a chi ci guarda sembriamo delle matte.

Nessuno sa cosa abbiamo dovuto passare per ritrovare la felicità, una felicità che per me è doppia, perché non ho trovato solo mia mamma, ma anche una sorella, e adesso, il famoso anello della trisavola, che per tanti anni ho custodito gelosamente, ed è stato l’unico ricordo di mia madre, per tanto tempo, l’unico oggetto che me la faceva sentire vicina.

L’ho passato a Francesca, e mamma ha raccontato anche a lei, la sua storia,. è giusto che anche lei porti il peso della famiglia!

Mi piace pensare che serva a lei, come a me, come un testamento che dal passato ci arriva a ricordarci da dove veniamo, che non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini, che dobbiamo esserne orgogliosi, e che qualunque ingiustizia ci venga elargita, mai riusciranno a toglierci la nostra dignità, mai spezzeranno i legami che ci uniscono.

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