La notte è buia, l’umidità della terra sale come fiati vaporosi, a coprire il sottobosco, sotto una coltre lattiginosa, Alberto trema per il freddo, e per la paura, non sono passate due ore, dall’ultimo scontro, tre dei loro compagni erano rimasti sotto il fuoco nemico, e adesso sono rimasti in dodici, sparpagliati nel bosco, nascosti nel buio della terra, aspettando il loro destino.

– Mi chiedo chi può averci traditi, chi sarà stato quel cane infame, che ci ha venduti? –Si chiede, mentre sente crescere dentro di lui la febbre della vendetta, la rabbia gli torce le budella, ne sente il morso, come quello d’un cane ringhioso, attaccato al suo ventre.

Non è solo sotto quel dirupo, manca poco all’alba, i primi richiami degli uccelli, rompono il silenzio della boscaglia addormentata, si tocca le tasche, alla ricerca dei proiettili, ne sono rimasti, ancora cinque: – dovrò usarli con parsimonia, venderò cara la pelle, – rifletteva, pensando con ironia alla sua prossima morte.

Il sonno non vuole arrivare, i nervi tesi, le orecchie all’ascolto, non riesce a godere di quel poco tempo che gli rimane, ma la stanchezza lo vince, entra, in uno stato di torpore sonnolento.

Ero nello spiazzo della chiesa quando all’improvviso, vedo sbucare Adele, mi viene incontro, in quel giorno di marzo, il sole già caldo, ricordo, luminoso come il suo sorriso, il cielo azzurro come la sua gonna, e la camicetta bianca a pois, mi veniva incontro correndo , ma all’improvviso, come una nube scura passa davanti al sole, è il suo volto preoccupato, mi urla qualcosa, non riesco a ricordare, poi un fiore rosso appare sulla sua camicetta, e diventa sempre più grande, la gente scappa, accade tutto in un istante: e lei crolla fra le mie braccia, tutt’intorno persone che urlano, che piangono, corrono disperati alla ricerca d’un rifugio, mentre io, sono lì immobile con Adele fra le braccia, la stringo e la bacio, mentre il sangue macchia anche la mia camicia.

Qualcuno mi tira per il braccio, mi dice – vieni, lasciala, scappa, scappa, vieni via con noi, non ti preoccupare per lei, ci penseremo poi.-

Mi trascinano tra i vicoli del paese, entriamo nelle case, e usciamo da altre, tra le grida di persone che ci dicono di non voler avere niente a che fare con noi, e mi chiedo perché -perché devo scappare,- chiedo, – perché i fascisti se ti prendono ti mandano in Germania, sei un comunista, ricordatelo, ma non devi preoccuparti, ti nascondiamo noi- mi risponde affannato, mentre mi guarda e scuote la testa, non so se per pena, o perché pensa che sono stupido.

Saliamo su per la collina, tra sentieri che mi avevano conosciuto in un tempo nemmeno lontano, che mi avevano visto con Adele sulla stessa bicicletta, a ridere a crepapelle, in ingenue scappatelle, per merende sotto gli alberi, nel fresco del bosco, a parlare e a baciarci, come se il mondo fosse nostro, e niente potesse portarcelo via.

Ne sento ancora il profumo, mi accompagna mentre scappo, e il pensare a lei è l’unica cosa che non mi fa impazzire dal dolore, sento lo strazio che mi dilania il cuore, vorrei piangere ma non ci riesco, i miei occhi sono asciutti, e mi fanno male. Chiedo il suo nome, ed è come se lo vedessi per la prima volta, è mio cugino, lo conosco, ma è strano, sembra diverso, un altro: è deciso, sa quello che fa, e forse non ha paura.

Una paura strana si è fatta strada nel mio cuore, le gambe mi cedono, come posso farglielo capire, per fortuna siamo quasi arrivati, almeno lui mi dice che manca poco.

Siamo scesi dalla collina, per salire lungo il pendio della montagna fino ad una grotta scavata al suo interno, è profonda, sento delle voci, c’è della luce laggiù, e lì dove mio cugino mi conduce.

Mi presenta al suo superiore: si fa chiamare Fulmine, ma è Roberto per gli amici, mi spiega cosa fanno, mi chiede se so usare una pistola, se non fossi così apatico mi metterei a ridere, io .. una pistola, rispondo di no, con la testa, lui sembra seccato, poi mi affida ad un altro con l’ordine d’insegnarmi, di rendermi utile.

Un rumore secco, mi sveglia all’improvviso, sembra passato un secolo, e sono solo cinque minuti, una lepre scappa davanti a me, rompendo il silenzio, -vorrei tanto fumare una sigaretta, ma non posso, potrebbero scoprirci,- penso:- ne sento in bocca il suo sapore, un cerchio di dolore mi stringe la testa; da quanto tempo stiamo scappando su queste montagne, sono passati mesi da quel giorno, ed io non sono più quello di prima, sono una persona diversa, il mio cuore s’è indurito, e la pietà è scomparsa, il dolore m’ha scolpito, non ho pietà per i miei nemici, quella poca che m’è rimasta basta appena per i miei amici.-

Il mio compagno, che in questi mesi m’ha seguito come un’ombra, salvandomi più di una volta, è nascosto dietro di me, è mio cugino, l’unico che si è salvato della mia famiglia, siamo diventati fratelli, partigiani, lo stesso destino ci lega, per la vita e per la morte.

-Marco sei ancora sveglio?- Gli chiedo piano, preoccupato, non l’ho più sentito.

-Credo d’esser stato colpito Alberto, promettimi di salvarti almeno tu, scappa, non farti prendere.-

-Io non vado via senza di te, sei il mio compagno, ti ricordi cosa mi avevi insegnato?-

-Sei rimasto uno stupido, se ti dico di salvarti, lo devi fare.-

-Sarò stupido ma io non ti lascio qui da solo, a morire.-

Senza dargli il tempo di replicare, Alberto lo prende in spalla e lentamente scende giù dal pendio, sa cosa sta rischiando, la vallata è sorvegliata, e se lo vedono gli sparano immediatamente.

Ma la fortuna che tante volte Alberto ha pregato, questa volta ha deciso di assisterli, ha spiegato un velo davanti a loro, che ignari scendono al paese.

Alberto bussa alla finestra della vedova Maria, sa che aiuta il farmacista e se ne intende di ferite, la sua casa per fortuna è la prima, entrando in paese.

Maria ha capito subito che qualcosa non va, non accende la luce, ma corre ad aprire, ha intravisto Alberto, lo conosce, l’ha visto anche lei nella piazza il giorno in cui i fascisti gli avevano ucciso la povera Adele, colpevole soltanto d’aver scritto sul suo giornale un’ articolo, che non era piaciuto a chi li governava.

-Venite presto, prima che vi vedano, sono passati due ore fa, hanno perquisito tutte le case, vi stanno cercando, ma tuo cugino è ferito, facciamo in fretta, poi dovete nascondervi, io se volete posso trovarvi un posto sotto la cantina, mio padre lì aveva scavato un’infernot, ma fa tanto freddo, dovrete coprirvi bene, ed è anche un po’ stretto.-

-Qualsiasi cosa va bene Maria, ti ringrazio, ma adesso guarda la ferita di Marco, io non so dire se è grave oppure no.-

Maria ha sollevato la giacca e guardandomi con gli occhi mi ha detto che c’era poco da fare, era troppo grave, poi presa da un’improvvisa smania irrefrenabile, cominciò a cercare il disinfettante, scaldò un coltello, estrasse la pallottola, lavò la ferita, la disinfettò e la chiuse, – dobbiamo pregare il Signore, ha perso troppo sangue, ed io per questo non so come aiutarlo, bisognerebbe anche dargli degli antibiotici, ma per questo bisogna andare in farmacia, ed io non me la sento.- terminò in un soffio.

-Ci vado io, dammi la chiave di riserva che ti da il farmacista, vado e torno non preoccuparti.-

Alberto uscì furtivo, il buio della notte era suo amico, camminò svelto, rasente lungo i muri delle case, appiattito scivolò fino alla farmacia, Maria gli aveva indicato bene dove poteva trovarli, e non fu difficile vederli.-

Ma la fortuna sembrava essersi stancata, sentì dei passi, e capì: stanno venendo in questa direzione, affrettò il passo, doveva portare il medicinale a Maria ma non voleva condurre anche i suoi nemici alla sua casa, mettendo così in pericolo la vita di suo cugino.

Riuscì a bussare piano, ma i passi erano sempre più vicini, sentì le voci, e capì che non poteva aspettare, rischiava di metterli in pericolo, capì in quell’attimo che non li avrebbe più visti, appoggiò davanti alla porta la medicina e sparì nella notte.

Da quel giorno di Alberto non si seppe più nulla, passò un anno, la guerra era terminata e Marco era miracolosamente guarito, e non si dava pace, si chiedeva che fine avesse fatto Alberto, che gli aveva salvato la vita, ed era così misteriosamente scomparso.

Chiese a tutti gli amici rimasti, invano, finché un giorno incontrò quasi per caso, uno sconosciuto: gli parlò d’un ragazzo, suo compagno, che come lui, era stato preso e mandato nel campo di prigionia dove era stato internato, e mentre raccontava, di lui, di ciò che aveva fatto per aiutarlo, Marco capi che il ragazzo era Alberto.

Lo sconosciuto gli raccontò, la storia di Adele, che Alberto gli aveva raccontato, in ogni giorno della sua prigionia, e della promessa che gli aveva fatto giurare di mantenere, che se uno di loro due fosse sopravvissuto, sarebbe andato a cercare la famiglia dell’altro, e dalla tasca tirò fuori un foglietto sporco e ingiallito.

Disse che da tanto tempo, se lo portava in tasca, e che aveva fatto di tutto per non perderlo, era una lettera di Alberto, per Marco: poche parole: lo ringraziava per ciò che aveva fatto per lui, ed aveva solo una richiesta, d’andare sulla tomba di Adele e di piantare un gelsomino, il suo fiore preferito, lo aveva promesso nel momento che se n’era andata, e non voleva mancare alla sua promessa.

Marco pianse come un bambino leggendola, pensò che forse era stato anche per colpa sua, se Alberto non fosse andato a prendergli l’antibiotico in farmacia, non l’avrebbero arrestato, ma poi chissà, il destino è così strano, forse sarebbe morto, lui, tutto questo non avrebbe potuto mai saperlo.

Ringraziò a lungo lo sconosciuto, che è diventato un amico per lui, con il quale ricordare il cugino, per non dimenticare, cosa era avvenuto, per sentirlo ancora vivo, accanto a lui.

Si disperò a lungo conoscendo la tragica fine di Alberto, e decise che ne avrebbe raccontato la sua storia: quella di un eroe sconosciuto, come tanti uomini e tante donne, che come lui hanno compiuto azioni che hanno fatto la storia della nostra nazione, e ne scrisse sui giornali, ne parlò alle persone, per salvare la memoria di quegli anni così martoriati, e delle persone che avevano lottato, perché credevano in un destino migliore, fatto di pace, di progresso e di democrazia.

Uomini morti in guerra, nei campi di concentramento, partigiani, che hanno dato la vita, per la libertà, che hanno creduto nel futuro dell’Italia, e che per questa Italia, volevano costruire una società migliore e per essa si sono sacrificati in una guerra, inutile e senza senso come tutte le guerre.

Ci hanno insegnato a credere negli ideali, e a perseverare e a combattere per averli, per costruirli, affinché noi oggi, possiamo camminare liberi in questa Europa.

 

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