Un regalo a Natale

«Che strazio, che noia» pensava Martina, sdraiata sul letto tra i cuscini, era stufa di leggere, non voleva più studiare, alla televisione non c’era nulla d’interessante, e il computer s’era rotto, -una vera disdetta – disse a voce alta, come per rassicurarsi.

L’amica che era venuta a trovarla per raccontarle tutti i suoi dubbi e le sue incertezze sul suo ragazzo, poi se n’era andata in montagna con i suoi genitori e lei era rimasta sola come sempre, con una punta d’invidia per lei, che il ragazzo riusciva a sopportarla.

Il suo aveva deciso di pendersi una pausa, così aveva detto, ma lei sapeva che non si sarebbero più visti, -“ mah, forse è meglio così, in fondo non riusciva proprio a sopportare quella mania di fare sesso con calzini camicia e cravatta, un vero supplizio!”- pensava, sorridendo fra se.

«Martina hai i capelli neri come l’ala di un corvo, sembri tutta tua mamma» amava ripeterle la nonna, e lei era felice delle storie che le raccontava,  adesso non può più parlare con lei, ma quando è giù di corda, le capita spesso, con la sua fotografia, che tiene accanto, sul comodino.

Fuori il tempo era sempre più grigio, il freddo intenso formava una patina sui vetri della finestra, e Martina non si accorse che era cominciato a nevicare, veniva lenta e lieve e i suoni s’erano addolciti, tutto era ammantato ormai, anche la coperta  di Ernesto, che quel giorno non aveva trovato riparo sotto il solito sottoscala, s’era adattato a malincuore,  a dormire lì davanti a quel portone, ormai era tardi, forse non sarebbe passato più nessuno e lui, avrebbe potuto dormire in pace, sotto la sua coperta al caldo, sebbene tutta quella neve che veniva giù fitta ora, un cartone aveva sostituito l’ombrello, ma nonostante tutto qualcosa trafilava e questo gli metteva in bocca tutto un vocabolario variopinto, infiorettando con improperi di vario genere, diretti all’umanità intera e la sua misera condizione.

Fred il bastardino di Martina, che dormiva sotto il letto, sopra la sua pantofola preferita, sentì impellente il bisogno di uscire, scattò in piedi, batté il capo, poi strisciando uscì dal letto, mentre Martina rideva di gusto, al vedere la scena.

«Sei un cane stupido, lo dico sempre io, dai vieni qua che ti metto il guinzaglio, ho capito è ora di scendere» disse fra se guardando l’orologio che segnava le 23,30.

Indossò il suo parka nero con un teschio disegnato dietro che sogghignava  a voler sembrare feroce, ma in realtà, Martina l’aveva scelto, per scaramanzia.

Aveva scommesso con la sua amica del cuore, su di un gatto, – passerà sotto la scala- aveva sentenziato, ma il gatto, si sa, è imprevedibile, indipendente, curioso e giocherellone, ma non per Martina, per lei era stato soltanto: « un gatto imbecille e traditore» così lo aveva definito, quando con rabbia, aveva dovuto comprare quel giubbotto con il teschio che lei odiava cordialmente.

Fred guaì soddisfatto, stiracchiandosi, si sentiva ancora un po’ intorpidito, a malincuore aveva lasciato il suo rifugio, ma di fronte a madre natura, non si resiste.

Due abbaiate al vicino antipatico e via in ascensore, sorbendosi i rimproveri di Martina, abbassò le orecchie e rimase lì buono per tutti i sei piani, della discesa.

Fred uscì annusando l’aria, già sentiva il profumo della neve, lo eccitava l’idea di correre sull’erba del parco, lasciando le sue impronte.

Martina d’altro canto, quando aprì il portone e per poco non cadeva lunga distesa, non si preoccupò molto della neve quanto, «” di quel coso, quella specie di grande pacco che c’era davanti al suo portone! “»  Pensò, spaventata ed arrabbiata nello stesso tempo, «” ma chi sarà? “» pensò incuriosita mentre lo toccava con la punta della sua scarpa da ginnastica firmata.

Ernesto che s’era appena appisolato, nel sentirsi toccare s’alzò su di un gomito, protestando, non riusciva a vedere chi c’era davanti a lui, la luce forte dell’androne non gli permetteva una buona visione, gli sembrava una ragazza e nella sua mente, un po’ annebbiata, non capiva perché ce l’aveva con lui.

«Senta, lei non può stare qui, ha capito, questo è il portone di un palazzo, vada da qualche altra parte»  disse a voce alta Martina, quasi per farsi coraggio, in fondo aveva anche un po’ timore di quella persona, solo Fred sembrava non preoccuparsi, aveva cominciato ad annusarlo da tutti i lati, poi inaspettatamente s’era accovacciato accanto e aveva messo il muso sulla coperta del barbone.

Martina era fuori di se «traditore, non solo stupido anche traditore sei, che cane ho!» gli sbraitò contro, a quel punto arrabbiatissima.

Poi lo guardò più attentamente, fece due sospiri,  e si chinò a spostare il cartone, da sopra il barbone, che a questo punto, pensando lo volesse cacciare, si stava alzando con tanta fatica.

«Senta se è solo per una notte, può venire su da me, ho una stanza vuota, però solo se accetta di farsi un bagno, non credo che potrei sopportare questa puzza»

Ernesto la guardò non sapeva se offendersi, o esserle grato, di sicuro era stupito dalla proposta di quella ragazzina, – che coraggio- pensava dentro di se, mentre la squadrava con attenzione.

«Allora, mi ha sentita? Forse è sordo, vuole il linguaggio dei segni?» Gli chiese cominciando un’ intricato, quanto incoerente discorso con le mani.

«Ho capito, ho capito, non sono né sordo,  né stupido, accetto e la ringrazio»  rispose Fred, raccogliendo da terra le sue poche cose racchiuse tutte dentro ad un sacchetto nero dell’immondizia.

«Ah dimenticavo prima devo far pisciare il cane, deve aspettare dieci minuti, che gli arrivi l’estro.»

«Va bene» bofonchiò Ernesto, mentre cercava d’accendersi una sigaretta, rischiando di dar fuoco ai guanti bucherellati che indossava.

Fred libero del guinzaglio si lanciò felice sul prato del parco, la neve fredda gli piaceva un sacco, la mangiava, gli piaceva sentire il freddo contro la lingua, trovò un posticino ideale sotto una pianta, e lì si liberò, con grande soddisfazione, sentì il fischio di Martina e le corse incontro, ubbidiente, felice di ricevere le sue carezze.

«Mi segua, prego, dobbiamo salire al sesto piano» comunicò Martina, mentre storceva il naso all’odore che emanavano gli indumenti del povero Ernesto.

Arrivati, lo fece entrare, e lo accompagnò fino alla stanza degli ospiti, gli spiegò dov’era il bagno.

«Quando ha terminato, me lo dica, ho degl’indumenti da darle puliti, erano di mio nonno», terminò quasi in un sussurro, « glieli lascio sul letto, così può cambiarsi».

Ernesto si sedette sul letto, era morbido, con quel buon profumo di pulito, di lavanda, che da tanto tempo ormai più non sentiva, gli rammentavano la sua giovinezza, in campagna, tra l’odore del fieno, delle piante, e della cacca delle vacche che doveva mungere, ma era tanto tanto tempo fa, quasi un ricordo, un sogno, adesso tutto era cambiato, dopo la morte della moglie, qualcosa s’era spezzato dentro di lui, e allora aveva cominciato a vagare, non gl’importava più di niente, non capiva perché aveva accettato l’invito di quella ragazzina, non si capiva,  però si trovava bene, sentiva che dentro di lui qualcosa stava cambiando, ma non capiva cosa.

Si spogliò e andò nel bagno, Martina gli aveva già preparato la vasca piena d’acqua calda, e alcuni asciugamani erano posati accanto, un tenue profumo aleggiava nell’aria umida del vapore che esalava l’acqua, s’immerse, ed il sollievo fu così forte, da farlo sentire in Paradiso, assaporò il tepore che avvolgevano le sue membra, e si lasciò andare, chiuse gli occhi e rimase così fino a quando un bussare alla porta lo riportò alla realtà,  e finalmente ricordò.

«Senta quando ha finito e si è vestito se viene in cucina ho preparato qualcosa di caldo, se le va, naturalmente, come devo chiamarla?»

«Mi chiamo Ernesto, e.. grazie, ho quasi finito» rispose, s’attardò ancora un attimo, poi a malincuore uscì, e s’avvolse dentro a quei morbidi asciugamani, una nuvola di dolcezza, lo pervase, andò nella stanza e lì trovò gli abiti che Martina gli aveva offerto, si vestì lentamente, rifletteva su cosa doveva dire, non sapeva se poteva raccontare la sua verità.

Martina quando lo vide affacciarsi alla porta della cucina, rimase di stucco, quasi non riconosceva in quella persona che aveva di fronte, il barbone puzzolente che si era portata a casa qualche ora prima.

I capelli che le erano sembrati neri, erano invece, castani con venature rossicce,  era alto, magro, con un sorriso triste dentro agli occhi neri.

Si sedette a tavola, stupito della velocità e della solerzia di quella che gli era sembrata invece, una ragazza svogliata e viziata, invece di questa ragazza gentile e generosa.

Ernesto vide lo stupore negli occhi di Martina, e pensò: « sono così cambiato dunque?»

Martina cominciò a parlare come faceva di solito, senza freni, di qualsiasi cosa le passasse per la testa, e questo dava modo ad Ernesto di mangiare con calma, guardandola, ascoltandola, proprio come faceva con sua moglie, amava sentire la sua voce, quando raccontava le marachelle della suo bimba,-“ adesso chissà forse avrebbe l’età di questa ragazzina,-“ gli venne da pensare.

«Perché fa il barbone?» chiese Martina, dopo una lunga pausa in silenzio.

Enesto rimase di stucco, di fronte alla domanda impertinente di Martina, forse non sapeva nemmeno lui il perché.

«E’ successo, un giorno, non so perché»

«Sa lei mi ricorda tanto mio papà, se ne andò tanto tempo fa, dopo la morte di mia madre, almeno è questo che i miei nonni mi hanno raccontato.»

«Perché mi stai aiutando?» Domandò Ernesto guardandola intensamente.

Martina si morse il labbro inferiore come quando si sentiva a disagio «l’ho fatto, perché domani è Natale, e io credo che nessuno a Natale deve rimanere solo, e visto che io lo sono, ho pensato che due solitudini, possono diventare una compagnia» terminò arrossendo.

«E’ vero hai ragione, Martina sento che dovrò raccontarti una storia, se avrai voglia di ascoltarmi»

Il giorno dopo Martina ed Ernesto festeggiarono il loro primo Natale insieme, perché da quel giorno non si lasciarono mai più, una ragazzina aveva ritrovato suo padre, ed un padre smarrito aveva ritrovato la figlia, che per uno strano caso del destino, li aveva fatti incontrare, la vigilia di Natale.

mara massaro

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