Il vecchio e il giovane

In amore non essere un mendicante, sii un imperatore

il vecchio e il giovane

Un vecchio ed un bimbo avevano intrapreso un lungo cammino, viaggiavano insieme, s’erano conosciuti da un giorno eppure era stata immediata la fiducia e la simpatia che l’uno provava nei confronti dell’altro. Camminavano ognuno diretto alla propria meta, ma nessuno dei due sapeva dove era diretto l’altro.

Silenzi ricchi di comprensione e rispetto, li accompagnavano e si alternavano tra i loro discorsi, lungo la via di quel cammino, in apparenza senza meta.

Il ragazzo ad un certo punto si rivolse al vecchio e gli domandò: che ne sapete voi dell’amore, vecchio? –

L’uomo rise di fronte a quella domanda e rispose: – ne so più di quanto immagini, anche io sono stato giovane e molto ho amato e sono stato ricambiato, a volte non capito, ma sono sempre vissuto grazie all’amore.-

  • In che modo?- domandò il giovane incuriosito-
  • Quando sei giovane sei come un mendicante, ma io direi di più un esploratore, cerchi dovunque l’amore, perché non è facile trovare l’amore della propria vita, ma passando, il tempo ho riconosciuto l’amore ovunque andassi, l’ho trovato in chi mi ha accolto, nelle persone che mi hanno aiutato, ovunque e sempre, lo vedo nel creato, in tutto ciò che vedo che mi circonda io vedo amore. E adesso non lo cerco più, lo regalo, lo dispenso intorno a me a tutti e a tutte le persone, che incontro, a tutto ciò che mi circonda.
  • E’ difficile arrivare a capire ciò che tu hai capito? –
  • No basta solo imparare a vedere, e in questo modo se aprirai il tuoi occhi e il tuo cuore vedrai un mondo meraviglioso, vedrai soltanto ciò che il cuore ti farà vedere.
  • Beati di tanta bellezza, è puro amore, e ti sentirai così: non sarai più un mendicante d’amore, ma bensì un imperatore e dispenserai tutto l’amore che sentirai nel tuo cuore.

Il ragazzo rimase colpito dalle sue parole, non era ancora convinto, ma volle seguire il suo esempio e cominciò a guardare il mondo con gli occhi del cuore, e da quel giorno il giovane ed il vecchio camminarono insieme per le vie del mondo e mai più si separarono.

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L’ANELLO

«Dio mio, ho perso l’anello, eppure era qui qualche minuto fa, e adesso?»

«Forse è caduto sotto il tavolo, o forse l’ho lasciato al ristorante, o dalla parrucchiera?

Giravo come una trottola, disperata alla ricerca del mio anello.

«Il mio! Quello della mia trisavola!» Mi siedo sul divano sgualcito del mio ancor più vecchio appartamento, che io amo e mi rende orgogliosa nella stessa misura in cui ho raggiunto la mia libertà individuale. Mi sento confusa, il dolore per la perdita dell’anello mi offusca i pensieri, mi sento angosciata, come se un peso mi opprimesse il cuore, e pian piano un velo s’alza dai miei occhi e come un fiume in piena i ricordi mi appaiono davanti come la pellicola di un vecchio film.

Mi vedo bambina, credo verso i cinque anni, così mi hanno detto chi mi ha raccolto, rivedo come in un sogno mia madre, era così bella con i suoi capelli rossi, ricordo il suo sorriso, s’illuminava quando sorrideva, e io la guardavo incantata, le sue mani, così magre,ma tenere, come le carezze che mi dava insieme ai suoi baci, una lacrima mi scende, perché è troppo struggente il suo ricordo, mi vedo piangere disperata per le strade alla sua ricerca.

Mi raccontava mia mamma, che mi aveva fatta nascere in un sottoscala: aveva perso il lavoro perché s’era accorta d’essere rimasta incinta, i suoi genitori l’avevano buttata fuori di casa, ed era stata licenziata, per questo aveva vagabondato di paese in paese, fino a quando aveva trovato una famiglia che l’aveva accolta come una figlia, dopo averla trovata nel sottoscala con una bimba che le piangeva in braccio.

Vivemmo con loro,(che strano non ricordo niente di quelle persone,) per cinque anni; mia mamma un giorno mi disse delle cose strane, che solo adesso capisco, mi chiese di raccontare nel caso lei non fosse riuscita a ritornare a casa,  di dire, d’essere più grande, d’avere sette anni, e continuò dicendomi, «non devi dire che sei ebrea, mai, non devi dirlo a nessuno! Prendi quest’anello è l’unica cosa che posso lasciarti, la più preziosa, per me, e spero lo sarà anche per te, è l’anello di mia nonna, me lo regalò mia madre, e adesso voglio che sia tu a tenerlo. Ascolta non devi dire che ti chiami Sara, dì che ti chiami Maria, e cerca una famiglia che ti possa aiutare, devi raccontare che tua madre è morta all’improvviso e non avendo parenti ti sei allontanata. So che lo farai perché sei una bambina brava, e ubbidiente.»

Ricordo che mi disperai, mi attaccai alle sue gonne, implorandola di non andarsene, le disse che le volevo bene e non avrei più fatto capricci, e per quel giorno, e diversi giorni a venire rimase accanto a me, ma c’era bisogno di soldi, e doveva cercare qualche piccolo lavoro, uscì in un pomeriggio d’autunno, ricordo ogni particolare di quel giorno, piovigginava, ed io ero rimasta attaccata alla finestra per guardarla, fino all’angolo della via, la seguii con lo sguardò finché prima di svoltare si girò per salutarmi,  per l’ultima volta, perché dal quel giorno non la vidi più!

Passarono alcuni giorni, e quando fu chiaro che mia madre non sarebbe più tornata, sentii una discussione in casa, tra marito e moglie, «non sapevamo che era ebrea, ma adesso che lo sappiamo non possiamo tenere la figlia con  noi, è troppo pericoloso!» Scappai piangendo nella nostra stanza, che ci avevano affittato e mi chiusi a chiave dentro, poi mi rifugiai dietro al letto, nell’angolo più lontano, non  volevo andarmene pensavo che se fossi rimasta, mia madre mi avrebbe trovata se fosse riuscita a tornare indietro, volevo aspettarla!

«Forse ci ha sentiti, vieni, si è chiusa dentro! Prendi le chiavi d’emergenza.»

Sentii che la porta si apriva, e mi tappai la bocca perché non  mi sentissero piangere, ma mi trovarono e a forza mi costrinsero ad uscire dal mio buco.»

«Smettila di ribellarti, è inutile, cosa credi, tua madre non tornerà mai più, mi dissero con durezza, «non possiamo più tenerti in casa, sei una piccola ebrea, – ricordo lo sguardo freddo che mi rivolse la moglie – tua madre è stata portata via dai fascisti, ho saputo che l’hanno messa su quei vagoni verso la Germania, non si sa dove vanno, ma nessuno è mai tornato indietro per raccontarlo! Tieni ti lasciamo un po’ di soldi, un paio di scarpe, sono usate, ma dovrebbero andarti bene, va verso la campagna, magari troverai un contadino che ti darà asilo!»

La brava famiglia che ci aveva accolto e credevamo fosse diventata la nostra famiglia, aveva svelato il suo vero volto! » Pensai con amarezza, in quell’attimo, ero cresciuta, non ero più Sara la bimba di cinque anni, ero diventata un’adulta, i miei pensieri non erano più ingenui o candidi.

Non risposi presi ciò che mi davano, mentre mi spingevano fuori dalla porta,  come se fossi stata un cane rognoso, e camminai come un automa fuori dal paese, verso la campagna, dentro di me sentivo soltanto, il gelo freddo della solitudine, e una voce che mi diceva: la mamma non c’è più l’hanno portata via! Non mi accorgevo di piangere,  avevo tanto freddo, mi sentivo abbandonata, continuavo a chiamare mamma, come se lei avesse potuto sentirmi, ricordo che camminai per tanti giorni fino a quando la fame mi spinse a trovare il coraggio d’entrare in un negozio e di chiedere qualcosa da mangiare, ma quando mi chiesero quanti anni avevo scappai.

Vagai per settimane per la campagna rubando frutta e tutto quello che trovavo, ma il freddo aumentava, fino al giorno in cui entrai nel parco di una ricca proprietà, ero così sfinita che mi addormentai, e il giorno dopo, .. forse un sogno?  Mi svegliai in un letto sontuoso, avevo addosso una camicia da notte ricamata, tutto profumava di gelsomino, ebbi paura, ma non feci in tempo a scappare che una donna entrò nella stanza e da quel giorno rimasi con lei, disse di chiamarsi Adele: divenne mia madre, forse perché ero troppo stanca di scappare, di piangere, di cercare una brava famiglia, non mi fidavo più di nessuno, ormai!  O forse perché lessi nel suo sguardo qualcosa che mi ricordava mia madre, il desiderio dell’amore di un figlio.

Raccontai la storia che mia madre m’aveva insegnato, che mi ero ripetuta nella testa fino ad impararla a memoria, mi credette, e divenni sua figlia, ma lei non divenne  mai mia madre.

La guerra terminò, lasciando una scia di dolore in tutte le famiglie, anche nella nostra, il marito della donna che mi ha allevata morì in guerra.

Lentamente anche lei si risollevò, sposandosi con un medico, si chiama Mario, un brav’uomo, che mi fatto da padre, l’unico che abbia mai conosciuto, con il quale ho potuto parlare liberamente.

Crescendo e studiando con il passare degli anni, avevo capito chi mi aveva salvato, e sebbene dentro di me sentissi gratitudine nei suoi riguardi, nel stesso tempo mi sentivo sempre più lontana da Adele, il suo passato pesava fra di noi, nonostante cercasse di continuo la mia approvazione, non riuscivo a perdonarle d’essere stata la moglie convinta, di un gerarca fascista, ed anche una donna attiva nella denuncia degli ebrei.

Quando lo scoprii, il giorno stesso, me ne andai di casa, non tentò di fermarmi, mi voltai solo una volta, era alla finestra e mi guardava, aveva capito il perché del mio gesto, ma lei non voleva ammettere d’avere sbagliato, ormai non avevamo più niente da dirci!

C’era Mario ad aspettarmi, andai a vivere con lui, per un breve periodo,  sei mesi; anche lui aveva lasciato Adele, «per incompatibilità di carattere», mi confidò in un momento di confidenza.

In seguito mi trovai un piccolo appartamento nel centro di Torino, una casa vecchissima, una di quelle coni ballatoi che corrono come un nastro all’interno della casa, e che ti fa sembrare d’abitare in un piccolo paese, dove sanno tutto di tutti, e con il gabinetto fuori, che il mio padrone di casa ha trasformato in uno sgabuzzino.Una di quelle con i scarafaggi che ti passeggiano tra i piedi se non ci metti tanto disinfettante, e che avevano perfino la buca per buttare giù la spazzatura, e che adesso hanno chiuso per fortuna!

Ah! Forse ho capito dove è andato a finire l’anello, si eccolo finalmente è sotto il cuscino, lo bacio, «è un bacio per te mamma, dovunque tu sia!» Le comunico dentro di me.

Suonano alla porta, e penso che è strano, oggi nessuno doveva venire a trovarmi, apro e di fronte a me, vedo una ragazza, ha i capelli ricci rossi, si presenta e dice che si chiama Francesca.

«Posso entrare?»

«Certo, non ti conosco, dimmi per quale motivo sei venuta da me?» Le chiedo incuriosita, mentre la guardo, si vede che è giovane e timida.

«Sono tua sorella!» Scatto in piedi come se mi avessero fatto una doccia gelata!

La guardo e penso che sia uno scherzo, un gran brutto scherzo e le dico «io non posso avere sorelle, la mia vera madre è morta forse in Germania e la mia madre adottiva non poteva avere figli!» Le urlo addosso, con astio.

Francesca mi guarda con tenerezza, e mi ricorda mia madre, all’improvviso un dubbio si fa strada, e mi abbatte, mi siedo senza forze e aspetto di sapere, adesso voglio sapere se mia madre mi ha abbandonata,  e perché l’ha fatto!

«Nostra madre è stata deportata a Bukenwal, in un campo di concentramento, ma per fortuna è tra i pochi che si sono salvati, quando è tornata ti ha cercato per tanto tempo, nel frattempo si è sposata e sono nata io, ma un anno fa mamma si è ammalata, ha un tumore, allora ho pensato di provare con un investigatore, volevo riuscire a trovarti prima che lei muoia, se tu sapessi, quante volte al giorno ripete il tuo nome, quante volte si sveglia di notte invocandoti.»

Piango, e sono lacrime di gioia, irrefrenabile, lacrime di tristezza nel sentire che per lei c’è poco tempo ormai, preparo una borsa, e seguo Francesca, ma prima le chiedo scusa e l’abbraccio, la sorella che sempre ho voluto era lì davanti a me in carne e ossa e in dono mi portava l’unica cosa che io desideravo: mia madre, sentivo il mio cantare di gioia per averla trovata

Prendemmo il treno per Milano, poi cambiammo per scendere a Legnano, lì in una piccola casetta bianca, ho ritrovato mia madre, mi scoppiava il cuore mentre varcavo la soglia di quella casa, avevo quasi timore nel vederla, chissà cosa mi avrebbe detto! Forse non ero come immaginava fossi diventata, mi sentivo timorosa.

Mamma era coricata in un letto, della meravigliosa donna rimasta nei miei ricordi, c’era soltanto più il ricordo, mamma Rachele era diventata fragile, e piccola come un pulcino, i capelli un tempo rossi, erano bianchi, il colorito pallido, ma il sorriso con cui mi accolse, era quello di una volta, era quello di mia madre. Mi rifugiai tra le sue braccia, e risentire il suo profumo, sciolse il peso che avevo sul cuore, e piansi tutte le lacrime del mondo, per tutto quel tempo che ci aveva separato, per tutta quella vita che ci era stata tolta, per un destino troppo crudele, che ci aveva tolto l’amore che ci univa.

Francesca pianse anche lei con noi, per la felicità d’avermi trovata, regalando a nostra madre finalmente ciò che lei cercava con tutta se stessa, perché non mi aveva mai dimenticata!

Mi trasferii a Legnano, per quell’ultimo anno per rimanerle accanto, quante cose avevamo da raccontarci: lei mi raccontò tutte le sofferenze subite nel campo di concentramento, e di quanta strada aveva percorso per tornare, e per cercarmi, ed io le raccontai, di quanta strada feci per cercarla all’inizio, poi per trovare rifugio, le dissi com’ero riuscita a salire sul treno per Torino, unendomi ad una famiglia che non conoscevo, e di come fossi saltata giù dal treno aiutata da un uomo, che aveva capito che ero clandestina come lui, e di come mi avesse aiutata nei rastrellamenti, per un breve periodo, poi lui era scomparso all’improvviso ed io mi ero ritrovata di nuovo sola a vagare per le campagne.

Le feci conoscere Mario, che si prese cura di lei, adottando nuove medicine, per il suo tumore. Ogni giorno Rachele compiva dei piccoli passi, «da formica» le dicevamo Francesca ed io nel canzonarla, per ridere, e farla ridere, ma eravamo felici, di questi suoi miglioramenti.

Ci vollero mesi d’impegno e fatica, ma la cura che Mario le aveva consigliato si rivelò quella giusta, o forse la gioia d’avermi trovata, come diceva Francesca, chi lo sa!

Ma ciò che importa è che nostra madre stia uscendo dal tunnel della malattia, abbia sconfitto il tumore, sia ritornata alla vita «con una gioia di vivere che da tempo non conosceva» ci confidò.

E’ passato un anno da quei giorni e adesso quando usciamo tutte e tre insieme lei ama dirci «ce l’ho fatta a sconfiggere la deportazione e non sarei riuscita a sconfiggere un tumore? Ma scherziamo?» Questo ci fa ridere tutte e tre a crepapelle, e a chi ci guarda sembriamo delle matte.

Nessuno sa cosa abbiamo dovuto passare per ritrovare la felicità, una felicità che per me è doppia, perché non ho trovato solo mia mamma, ma anche una sorella, e adesso, il famoso anello della trisavola, che per tanti anni ho custodito gelosamente, ed è stato l’unico ricordo di mia madre, per tanto tempo, l’unico oggetto che me la faceva sentire vicina.

L’ho passato a Francesca, e mamma ha raccontato anche a lei, la sua storia,. è giusto che anche lei porti il peso della famiglia!

Mi piace pensare che serva a lei, come a me, come un testamento che dal passato ci arriva a ricordarci da dove veniamo, che non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini, che dobbiamo esserne orgogliosi, e che qualunque ingiustizia ci venga elargita, mai riusciranno a toglierci la nostra dignità, mai spezzeranno i legami che ci uniscono.

8 Marzo

nel giorno della festa della donna dedico questa poesia a tutte le donne

 

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Amo la vita, e le persone,

che mi feriscono, diventano,

nuvole scure, che volano via,

spazzate dalla gioia, perché

amo la vita! Sono una donna,

e felice d’esserlo, come mia madre,

ed anche mia nonna: sulle spalle,

gli stessi fardelli, ma come loro,

amiamo la vita, che il Signore,

ci ha donato, e niente e nessuno,

potrà portarcela via, né i soprusi,

né le cattiverie, perché donne siamo,

e non ci spaventiamo, perché grazie

alle difficoltà,  forti diventiamo.

Anche se ci regalano mazzi di rose

avvelenate, che non respingiamo,

e nemmeno riusciamo, a non cogliere,

nei prati dell’esistenza, i fiori del male,

ma siamo donne e non ci spaventiamo.

Perché la vita ci ha temprato, e insegnato,

ciò che d’importante c’è nella vita,

l’amore dei nostri figli,

le nostre uniche vere gemme!

 

 

Ninfee

Piccoli capolavori di marmo di Mrs. Parkers

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Ninfee che uscite dalle onde, dove con civettuola grazia, vi siete bagnate, per adempiere alla vostra toeletta, bellezze, d’un mondo fantastico, ma reali come donne abbaglianti e seducenti, con i capelli al vento, accarezzate la vostra serica pelle, perfino la serpe dorata è rimasta abbagliata dalla vostra elegante nudità, che con maestria lo scultore ha saputo darvi: vita e movimento, nella posa che avete assunto per regalarci una visione paradisiaca della natura femminile.

Lode allo scultore che in questo modo ha dimostrato tutta l’ammirazione e l’amore che sente nei confronti delle donne.

Lucien e Ingrid (dipinti dal web)

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Dove sei stato Lucien?»

«Che t’importa?»

«Ti hanno visto alla sala da ballo con quella!»

«Non credere alla gente, lo sai che non ci andrei senza di te!»

«Non mi fido più di te, da quando ti ho visto, con quella sgualdrina!»

«Ma è passato un anno, ormai, ti ho chiesto scusa, cosa vuoi ancora da me?»

«Vorrei che tu fossi un po’ più sincero, ecco cosa vorrei!»

«Su dai, non essere così sospettosa, lo sai che ti voglio  bene,  dai preparati che andiamo sulla spiaggia, non vedi che sole,  che magnifica giornata, una passeggiata solo io e te?»

«Si, anche io ho una gran voglia d’andare a camminare sulla spiaggia, è una bella idea, andiamo!»

 

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«Che caldo amore mio, beata te che puoi tirar su le gonne, io ho i pantaloni  già tutti agnati sul bordo!»

«Però è così bello camminare nell’acqua calda, è rilassante, dovresti provare anche tu!»

«Ingrid ho troppo caldo facciamo un salto al bar, ci possiamo rinfrescare con un bel gelato, ti va bene?»

«Sei un amore Lucien, dove vai tu, vado io, lo sai che ti seguirei  anche in capo al mondo!»

«Guarda c’è n’è uno laggiù, il sole sta scendendo, magari un piccolo spuntino ci starebbe bene!»

 

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Lucien e Ingrid, si sedettero all’ interno del caffè che si trovava sulla piazza, davanti alla spiaggia, era già affollato, da gruppi di turisti, una babele, di colori, profumi di caffè si mischiavano ai costosi profumi di signore riccamente abbigliate, sono gli anni ’60, voglia di vivere, intensamente, senza preoccuparsi di troppo, anzi di niente, perché non allora una serata a danzare un avvincente tango nella sala prospiciente?

«Guarda Lucien, che bravi, dai andiamo a vedere, quei due ballerini di tango, potremo provare anche noi, che ne dici?»

«Hai ragione Ingrid, sono veramente bravi, ma  anche io sai conosco alcuni passi.. ti farò girare come una trottola mia cara!»

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Ballavano sensuali avvinghiati dal ritmo incalzante, Ingrid era incantata e Lucien batteva il tempo con i piedi, il tango li seduceva, li ammaliava, come una bella donna, e loro ne erano conquistati, si tenevano per mano,  non sapevano che quello sarebbe stato il loro ultimo appuntamento!

Il Gioco

Il destino ha dato le sue carte,

le persone sanno,

quale gioco stanno giocando,

sono le scelte, che ogni

giorno fanno, e

che contribuiranno,

a indirizzare le loro

azioni nel bene e nel male,

perché la vita è una sola,

non ammette rimpianti,

ma solo istanti,

di felicità e amore,

perché solo questo

può guarire e lenire

ogni dolore per chi

la partita perde,

e non si da pace, per

quella mano sbagliata,

e soltanto può dire:

ahimè, me la sono giocata!

Miracolo a Natale

«Devo fare in fretta, se mi trovano sono perduto!» sussurrava fra se il piccolo Mohamed, mentre con un coltellino, intagliava un pezzo di legno; lo aveva trovato sul terreno, dopo uno scontro e lo aveva nascosto gelosamente, sotto la piccola giubba che gli avevano dato.

Da mesi sognava sua madre, i suoi fratelli, faceva di tutto per  non dimenticarli, giorno, dopo giorno li sentiva svanire, e questo lo terrorizzava, più delle armi che era costretto ad usare quasi tutti i giorni, si sforzava con tutto se stesso di ricordare i profumi della sua casa, di sua madre, e di suo padre, era così difficile, ormai era passato così tanto tempo, non ricordava quasi più, erano diventati un sogno lontano, irraggiungibile.

Aveva sognato il mare che lo chiamava, e la mamma che gli cantava una canzone, gli diceva: prendi un pezzo di legno, e scolpisci la tua immagine accanto alla mia, così saremo sempre insieme, vicini. E così lui aveva fatto: nella radura, era stato facile trovare un pezzo di legno adatto a quell’uso, anche per il coltello non era stato difficile trovarlo.

Ma trovare il tempo per intagliare quelle immagini, era difficilissimo, se qualcuno se ne fosse accorto, lo avrebbe denunciato, e lo avrebbero fucilato, per quest’atto di debolezza.

Ma Mohamed aveva trovato il modo: aveva scelto un periodo di luna piena, per avere la luce necessaria, e mentre tutti dormivano andava nella radura, rischiando la sua vita, cercava un buco dove nascondersi, e lì passava qualche ora ad intagliare, come gli aveva insegnato suo padre.

Quanti piccoli giocattoli aveva creato per lui e i suoi fratelli, il loro ricordo, gli riportava alla mente alcuni episodi della sua breve fanciullezza.

Ci vollero due settimane, per terminare il suo lavoro, rischiando molto: quante volte aveva sentito avvicinarsi il ruggito del leone, o aveva visto i gialli occhi delle iene, che gli giravano intorno, fiutandolo, una notte un serpente enorme l’aveva sfiorato, era rimasto fermo immobile per diverso tempo, per la paura.

Ma era soddisfatto,  del suo lavoro, aveva creato l’immagine di due figure, vicine che si abbracciavano, amorevolmente, e in quel giocattolo aveva infuso tutto l’amore e la nostalgia, che aveva dentro di se, per la sua famiglia.

La portava sul petto dentro la giubba, voleva sentire la sua presenza, gli dava forza, quella che gli mancava, ogni volta che doveva sparare.

Mohamed, sapeva d’avere undici anni, ma non era il più piccolo in quel campo, gli avevano insegnato a sparare e prima ancora  ad obbedire, e lui questo lo sapeva bene, era resistito solo due giorni senza cibo e acqua, poi era crollato, ed aveva accettato quella vita, così estranea, a quello che i suoi genitori gli avevano insegnato.

Ma dentro di lui, una fiammella era rimasta accesa, come se la sua anima, si fosse rifugiata in una grotta, al sicuro, dentro al suo cuore, e da lì combatteva, per tenere viva la memoria nella mente di Mohamed, molto spesso, per fargli sbagliare la mira, e per impedirgli di dimenticare: la pietà e l’amore.

Una notte vennero sorpresi da una banda rivale, e si trovò a dover combattere contro  soldati bambini come lui, una pallottola gli fu fatale, ma prima di morire, un ragazzo che aveva scoperto il suo segreto, gli si avvicinò, vedendo che voleva parlargli: «amico mio sto morendo, prendi quest’immagine e portala a mia madre, ti prego, fuggi, adesso, nella battaglia nessuno ti cercherà, aiutami, ti prego!» E mentre gli affidava ciò che di più prezioso, possedeva, spirò, tra le braccia di quell’uomo, che gli era amico, perché non lo aveva denunciato.

L’uomo, capì che non c’era più nulla da fare, sparì mentre infuriava la sparatoria, la notte complice, gli permise di scappare lontano, lui sapeva dove abitava la madre di Mohamed, perché c’era anche lui tra coloro che lo avevano rapito.

Chissà perché, qualcosa era scattato dentro di lui, quel giorno, aveva sentito una voce che gli diceva che era sbagliato ciò che faceva, da un po’ di tempo non traeva più alcuna soddisfazione dal suo operato, decise, che alla prima occasione se ne sarebbe andato.

La richiesta di Mohamed parve a lui un segno, decise di adempiere alla richiesta di quel ragazzo, ma c’era qualcos’altro che lo aveva indotto, era l’anima di Mohamed che viveva all’interno dell’immagine: lo spronava, gli parlava, dolcemente, nell’orecchio, e l’uomo per non impazzire, prese la strada verso il mare.

Ci vollero due settimane di viaggio, per arrivare al paesino in riva al mare dove abitava la famiglia di Mohamed, scappando per strade sconosciute, per non farsi acciuffare.

Ma la casa era vuota, nessuno sapeva dove fossero andati: chiese in giro e finalmente qualcuno si fece coraggio e gli rispose; molti lo avevano riconosciuto ed avevano paura a parlargli, lo guardavano da lontano, non osavano nemmeno avvicinarsi.

«Signore, la famiglia se n’è andata, il padre è morto di dispiacere dopo la scomparsa dei suoi due figli, poi la più piccola s’è ammalata, d’una strana malattia, che la rende debole e la fa dormire sempre: la madre ha deciso di portarla in un ospedale, in Italia, ed è partita qualche settimana fa, con quei barconi, sapete.»

L’uomo si sentì impotente, come poteva fare? Poi la vocina nella sua testa cominciò ad urlare «dobbiamo partire, dobbiamo aiutare mia madre, presto trova il modo d’imbarcarti, bisogna raggiungerle, al più presto!» E urlava, e piangeva, nella testa dell’uomo, al poveretto sembrava che la testa gli scoppiasse.

Rassegnato prese accordi con un uomo, sapeva che organizzava i viaggi della speranza, ma sapeva anche a cosa andava incontro, ed aveva paura, ma la voce era così insistente, che non poteva fare diversamente, s’imbarcò, nel buio di una notte senza luna, tremante di paura.

La vocina allora gli disse:« non temere uomo, vi proteggeremo noi, io e la mia mamma, abbiate fede e vedrete che non accadrà  nulla di male!»

La traversata fu molto difficile, tanti rischiarono di cadere e annegare, ma sembrava che qualcosa, una forza sconosciuta, impedisse alla nave di capovolgersi, nel frangersi dei flutti, di quel mare agitato, era come una rete che li teneva vicini, e li proteggeva come in un caldo abbraccio d’una madre.

L’uomo capì che non doveva avere più paura, sentì una grande pace scendere dentro di lui, toccò la tasca e sentì il giocattolo che gli era stato affidato, lo accarezzò, come faceva Mohamed tutte le volte che sentiva la mancanza di sua madre, o che aveva paura.

Ma l’uomo non aveva più paura, sentiva la potenza di quell’oggetto, e capì finalmente l’importanza della sua missione.

Il giorno si presentò con un leggero venticello, il mare s’era calmato, e lui esausto aveva chiuso gli occhi, per dormire, ma la voce cominciò a raccontargli i sogni di Mohamed che non aveva realizzato, le sue speranze perdute, e il cuore dell’uomo, si rompeva un poco alla volta, per il dolore che sentiva.

Al secondo giorno, furono rintracciati da una nave militare, era stata l’immagine a far arrivare loro la posizione del barcone e la richiesta d’aiuto, ma questo nessuno lo aveva capito, solo l’uomo l’aveva immaginato, perché ormai, la fede che lui riponeva in quell’oggetto era senza confini: lui aveva capito che in quel giocattolo c’era l’anima di Mohamed.

Nessuno ostacolo, lo avrebbe fermato, perché il giocattolo lo avrebbe aiutato, non  aveva più dubbi su questo.

Arrivarono alla banchina, dove furono divisi, rifocillati ed accompagnati in altri luoghi, spostati in altre regioni, finché un giorno, incontrò  una volontaria,  gli chiese se cercava qualcuno, in particolare, la vocina rispose per lui: « si, cerco una donna con una bimba molto malata, è arrivata qui qualche settimana fa, devo portarle notizie di suo figlio, la prego mi aiuti a trovarla!»

La donna, colpita da quella richiesta così accorata, non perse tempo, si collegò ad un computer ed iniziò la sua ricerca:

«Evviva, ho trovato la persona che state cercando, hanno ricoverato la figlia in un ospedale di Roma, è il Bambin Gesù, mi attenda qui, le preparo i documenti per il viaggio.»

«Hai sentito? L’abbiamo trovata, lo sapevo che ce l’avremmo fatta, finalmente potrò rivedere la mia famiglia!» sussurrò la vocina nella testa dell’uomo, poi cominciò a piangere, sommessamente, ma in un modo così straziante, che il cuore dell’uomo doleva sempre di più.

Ripensava alla scena che aveva visto il giorno del rapimento di Mohamed: erano entrati nel villaggio sparando, volevano seminare il terrore fra la gente, la casa di Mohamed, era l’ultima, quasi sulla spiaggia, davanti due bimbi giocavano, si rincorrevano ridendo, alcuni proiettili falciarono il bimbo più grande.

Fu lui ad afferrare Mohamed al volo, aveva il sole negli occhi, ma l’espressione che aveva visto sul volto di quel bimbo, gli era rimasta impressa nella mente: l’orrore, la paura e la disperazione, ma non un grido, non una lacrima, gli si gelò il sangue nelle vene, a lui che era il più duro della compagnia, il leone , il terrore delle bande!

Si riscosse, vedendo arrivare la volontaria. «venga l’ accompagno al treno, prenda questo è il biglietto, sul foglietto ci sono le informazioni, e questi sono un po’ di soldi per pagare il taxi, o una pensione, avrà bisogno di riposo, dopo un viaggio del genere, e non mi ringrazi, lo faccio con piacere.»

L’uomo si sentiva confuso, tutto era così diverso da come lo aveva immaginato, da quello che gli avevano fato credere! Anche lui era stato catturato bambino, aveva perso la sua famiglia, che era stata sterminata, e dopo la rabbia, era subentrata l’assuefazione ad una vita di brutalità, ora che aveva vent’anni, si sentiva un vecchio, sulle spalle il sangue di mille persone, e sul cuore un macigno di dolore, aveva dimenticato cos’era la bontà, la gentilezza, il sapore delle parole, l’amore che possono contenere.

Cominciò a piangere piano, per non farsi sentire, ma la vocina che lo ascoltava, cominciò a consolarlo  «non piangere amico mio, anche tu sei stato una vittima, ma ora hai la possibilità di cambiare, di avere una vita diversa, accetta questo cambiamento, lasciati andare, non combatterlo, hai avuto una seconda possibilità, una vita degna d’essere vissuta, non piangere per ciò che è stato, ma piangi per felicità, per ciò che sarai.»

La vocina da quel momento non parlò più, lasciando l’uomo sgomento, tanto s’era abituato ad ascoltarla, ne sentiva la mancanza, si sentiva perso senza la sua compagnia.

Dopo molte ore di viaggio, arrivarono a Roma all’ospedale; grazie alle informazioni della volontaria, trovò il reparto, e finalmente vide la madre di Mohamed: era una donna piccola di statura, minuta, ed era così triste, accanto al letto della bimba che dormiva con la testa tutta fasciata.

La donna alzò gli occhi a guardarlo, gli disse soltanto: «ha un tumore al cervello.» mentre le scendevano lacrime silenziose.

L’uomo, rimase di sasso, prese il giocattolo e senza parlare, lo diede alla donna che lo guardò stupita.

«E’ un giocattolo che ha costruito vostro figlio per lei!»

In quel momento l’anima di Mohamed uscì dal giocattolo, e come luce si diffuse sopra il lettino della sorella, mentre la mamma usciva dalla stanza per parlare con quell’uomo che non conosceva, e guardava con dolcezza quel bellissimo giocattolo.

Piangeva la mamma di Mohamed nel sentire parlare del figliolo perduto, ascoltava quell’uomo e lo ringraziava per averle portato quell’oggetto, ma l’uomo inginocchiatosi di fronte a lei, le confessò la sua colpa, piangendo come un bambino di fronte a sua madre, lei non sapeva cosa rispondere, ma all’improvviso apparve una luce, e da quella luce uscì Mohamed.

«Madre, perdona quest’uomo, perché non ha colpa, anche lui è una vittima, accoglilo come se fosse tuo figlio, amalo come hai amato me, e vivi per lui e per mia sorella»

Le disse mentre la baciava sulla fronte, e scompariva per sempre, per un mondo dove la pace e l’amore regnano sovrani.

Il mattino dopo, la bimba si svegliò con una gioia profonda dentro di se, cominciò a parlare e a ridere, lasciando la mamma e lo sconosciuto a bocca aperta, anche i medici non riuscivano a spiegarsi una simile guarigione.

C’erano pochi medici in quei giorni, era la vigilia di Natale, decisero di fare una nuova Tac al cervello della bimba, proprio nel giorno di Natale.

Il giorno della rinascita di Fatima, il tumore era scomparso, i medici non riuscivano a spiegarsi una guarigione così veloce, da un tumore così violento, parlarono di un miracolo, ma lo sconosciuto sapeva chi aveva aiutato la piccola e sorrise pensando a Mohamed, nel cuore sperava di poterlo sentire nuovamente.

Pregarono tutti insieme, cristiani e musulmani,  per ringraziare ognuno il suo Dio, per questo grande miracolo che è la vita, e lo chiamarono il Miracolo di Natale

 

 

 

 

 

 

 

Evviva il Natale

 

E’ Natale,

per chi con un sorriso

la gioia sa donare,

e con la bontà

riesce a regalare.

E’ Natale, e almeno

per un giorno, i

problemi possiamo

dimenticare!

E’ Natale per tutti,

neri, bianchi, rossi

e gialli, e insieme

impariamo a festeggiare.

Il Natale è di chi ha nel

cuore la pace, e,

diffonderla potrà fare.

E’ Natale per tutto il

mondo, che vuole

ricordare, e l’amore,

vuol diffondere,

allor, suvvia,

nei nostri cuori,

lasciamolo entrare!1471267_265997623554289_599450907_n